venerdì 30 gennaio 2015

Building Comics. Architetture della letteratura a fumetti (1)

NOTA: questo testo, nella sua versione originaria, accompagnava l'esposizione e il catalogo del XV Napoli Comicon (25-28 aprile 2013) dedicato a Fumetto & Architettura (qui un resoconto della mostra omonima) ed è stato successivamente pubblicato, parzialmente rivisto, su Fumo di China n.225 (aprile 2014)

Se definiamo l'architettura come quel dispositivo che permette ai singoli e alla collettività di rappresentarsi in un contesto sociale, il rapporto che questa arte intesse con i linguaggi d'immagine ci appare in tutta la sua evidente e vertiginosa ricchezza.
In particolare il fumetto condivide con l'architettura lo strumento generativo primario: il disegno.
Se è pur vero che il fine ultimo dell'architettura è quello di costruire e trasformare il mondo in un luogo sperabilmente migliore, il disegno di architettura assolve a una funzione altra ma propedeutica, quella di prefigurare il risultato di tale trasformazione traducendone in immagine le aspirazioni ideali, oltre a essere un potente strumento di critica e riflessione teorica.

Le Corbusier - Ville contemporaine de trois millions d'habitants (1922)
Fumetto e architettura sono dunque entrambi caratterizzati da un approccio progettuale che si manifesta nella concezione di mondi possibili: il disegno fissa l'idea su un supporto e diventa il tramite tra l'immaginario personale e collettivo e la realtà, attivando dinamiche circolari di reciproco scambio.

Il fumetto è espressione del bisogno ancestrale di raccontare per immagini insito nell'uomo fin dai tempi in cui pitturava le grotte con scene di caccia e lasciava sulla roccia l'impronta della propria mano soffiandovi sopra il pigmento: un'immagine ripresa e attualizzata in Million Year Boom (2008) di Tom Kaczynski i cui fumetti ci svelano un futuro immanente costellato di architetture glaciali e alienanti.

Tom Kaczynski - Million Year Boom (2008)
La dimensione scenografica e narrativa è d'altra parte connaturata all'oggetto architettonico che, inserito nello spazio, viene osservato da più punti di vista e percorso secondo direttrici molteplici che il progettista con la propria maestria può suggerire, ma non imporre, sfruttando gli elementi a sua disposizione e le convenzioni culturali del contesto in cui si trova a operare. In questa ottica le cattedrali gotiche possono essere citate come l'esempio più elevato di architettura, in cui ogni elemento costruttivo e decorativo, dalle colonne agli archi rampanti alle vetrate istoriate concorreva a materializzare in un vero e proprio "libro" di pietra e vetro la summa teologica agostiniana.

Winsor McCay - Dream of the rarebit fiend (1905-01-07)
Daniel Burnham - Flatiron Building (1902) [fonte: Shorpy]
Appare del tutto evidente, allora, come fin dal momento della sua esplosione sui grandi giornali statunitensi agli inizi del XX secolo il fumetto sfrutti la potenza iconica e comunicativa dell'architettura da un lato per permettere ai lettori di identificare gli scenari urbani che fanno da sfondo alle storie narrate, dall'altro per immergerli in mondi fantastici e suscitare in loro il senso del meraviglioso. In Dream of the Rarebit Fiend (1904-1910) Winsor McCay, insuperato maestro della prospettiva, omaggia ripetutamente il Flatiron Building di Daniel Burnham che solo pochi anni prima (1902) aveva cambiato il profilo di New York; ed è probabilmente superfluo ricordare le sontuose tavole di Little Nemo in Slumberland (1905-1913, 1924-1927) ambientate nella reggia di Re Morpheus, la cui architettura onirica è direttamente ispirata a quella maestosa dei palazzi in stucco bianco della Fiera Mondiale Colombiana di Chicago del 1893.

Winsor McCay - Little Nemo in Slumberland (1907)
Fiera Mondiale Colombiana di Chicago (1893) [fonte: Push Carton NY]
La metropoli nordamericana degli anni Trenta genera doppi fantastici illuminati dal sole abbagliante dell'ottimismo sfrenato indotto da un capitalismo in apparenza inarrestabile (che si sedimentano nella Metropolis di Superman) o immersi nelle tenebre di una notte perpetua generatrice di incubi (che partoriscono la Gotham City di Batman): città sottoposte allo sguardo vigile di uomini mascherati, supereroi che ne incarnano le contraddizioni.
Il modello sono le luci e le ombre di una New York che si auto-celebra nella Fiera Mondiale del 1939-40.

Jack Burnley (copertina) - New York World's Fair Comics n.2 (1940)
Jeph Loeb, Tim Sale - Superman For All Seasons n.1 (1998)
Wallace Harrison, J. Andre Fouilhoux - Perisphere (1939)
Dave Taylor, Chip Kidd - Batman. Death by Design (2012)
Hugh Ferriss - Projected Trends. Steel (The Metropolis of Tomorrow, 1929)
Quelle effimere architetture immaginifiche e avveniristiche lasceranno un segno indelebile nell'immaginario urbano, un'eco che risuona tuttora nella nostalgia per un futuro radioso mai concretizzato che pervade la produzione a fumetti di autori come Howard Chaykin (American Flagg, Time2) e Dean Motter (Mister X, Terminal City, Electropolis).

Howard Chaykin - Time2. The Satisfaction of Black Mariah (1987)
Dean Motter - Mister X. Hard Candy (2013)
Dean Motter, Michael Lark - Terminal City n.5 (1996)
Un sorprendente corrispettivo ha luogo trent'anni dopo al di là del Pacifico. L'Expo 1970 di Osaka incarna per qualche mese il sogno metabolista di un gruppo di giovani architetti giapponesi chiamati a raccolta dal nume tutelare Kenzo Tange. Il ricordo di quell'evento e le vestigia solitarie che ne restano oggi, prima tra tutte la torre-totem di Taro Okamoto, informano il pluripremiato manga 20th Century Boys (1999-2006) di Naoki Urasawa.

Naoki Urasawa - 20th Century Boys (1999-2006)
Taro Okamoto - Torre del Sole (Esposizione Universale di Osaka 1970)
A conferma di come le Fiere mondiali siano stati importanti laboratori di immaginario e di sperimentazione architettonica, anche sull'altra sponda dell'Atlantico il monumento dell'Atomium eretto per l'Expo '58 di Bruxelles ispira Joost Swarte a coniare nel 1977 il felice termine "Atomium Style" per definire uno stile di fumetto che si rifà al modernismo degli anni Cinquanta tanto nell'eleganza del segno quanto nel design delle ambientazioni.

Joost Swarte - Atomium. Belga ‘58 (2008)
André Waterkeyn - Atomium (1958) [foto © Bildagentur Huber - Gräfenhain]
(1 - continua)

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