martedì 16 febbraio 2010

I diavoli di Sauris

Questa notte è senza dubbio il momento più propizio per condividere l'esperienza del carnevale di Sauris, paese montano della Carnia dove sopravvive l'antica tradizione che, nel giorno dedicato alla dissoluzione dell'ordine e delle gerarchie sociali, vuole il Rolar, il volto annerito dalla fuliggine, chiamare a raccolta gli adulti del luogo agitando il campanaccio al quale deve il nome e il Kheirar, maestro di cerimonie dalla caratteristica maschera in legno, condurre le danze spazzando selvaggiamente il terreno con la scopa di saggina.



Intorno, le maschere saurane intagliate nel legno affiancate oggigiorno dai costumi più vari, non per questo meno affascinanti.





E' il rinnovo annuale di un rito che culmina nella suggestiva processione notturna a lume di lanterna dall'abitato di Sauris di Sopra a quello di Sauris di Sotto.
A indicare la discesa attraverso i boschi immersi nella neve, i fuochi della notte, falò e tizzoni ardenti posizionati lungo il percorso che, come i fuochi solstiziali di antica tradizione friulana (*), sono l'eco di riti apotropaici volti a scacciare il freddo e il buio dell'inverno.




Il fuoco, elemento magico per eccellenza (**) vitale e mortifero al tempo stesso, accompagna il ritorno dell'uomo alla natura allontanando le ombre profonde del bosco che evocano paure ancestrali rimaste a covare sotto la cenere del progresso.

Ovviamente buona parte della poesia viene meno se non si censurano mentalmente i lampeggianti della polizia che blocca le automobili nei punti in cui il sentiero di neve battuta interseca la strada asfaltata o i molti giubbotti fosforescenti dai colori improbabili che sobbalzano qua e là.
Di autenticamente saurano è rimasto probabilmente poco.
Lamentarsi, però, sarebbe ingiusto: non sono un antropologo, ma un semplice turista, tra l'altro poco avvezzo alla montagna.
(Che ci faccio lì? Sono io il primo a essere fuori luogo.)
Anche i diavoli, le maschere che hanno riscosso il maggior successo, non erano autoctoni bensì di Treviso. Nondimeno, per quanto non appartenessero alla tradizione saurana, i loro costumi ricavati da corna e pelli di capra erano affascinanti e spettacolari.
E poi, chi non si sarebbe sacrificato alla Nera Principessa?


Non me ne voglia la mia Kali...

(*) Una lettura consigliata sulle tradizioni delle Cìdulis e dei Pignarui del Friuli Nord-Orientale è il bel libro di Enza Chiara Lai e Tiziana Novello Nel nome di Beleno (Ribis, 2004).
(**) Per tornare al mondo del Fumetto (in senso lato), doveroso citare il romanzo di Alan Moore La Voce del Fuoco (Edizioni BD, 2006) e soprattutto il capolavoro di Lorenzo Mattotti Fuochi (Einaudi, 2009).

7 commenti:

MatteoS ha detto...

interessante assai. Grazie.

biri ha detto...

grazie a te, piuttosto, per il tuo interessante blog che ho la fortuna di seguire dal primo post.
grazie anche per avermi inserito tra i link, per quanto il mio progetto di un rinnovato studio su città e fumetto debba purtroppo fare i conti con impegni, pigrizia e lentezza.

questo post infatti non c'entrava nulla, ma ho da sempre un debole per le maschere, specialmente se in odor di zolfo (il mio ultimo acquisto hi-tech è piuttosto sintomatico...)
amenità a parte, oltre all'interesse antropologico per questa antica tradizione carnevalesca mi intrigava una riflessione sul rapporto tra bellezza e autenticità stimolata proprio dalla visione delle maschere: "bello" è ciò che è (o sembra) "autentico".

MatteoS ha detto...

Città/fumetto: riprendi quando vuoi. basta che riprendi ;)

Ho una sollecitazione per te, da bravo studioso di "culture dell'architettura" quale sei: sono affascinato dalla serie di prodotti LEGO Architecture. Che ne pensi? ;)

PS Che c'entra lo zolfo con quell'hard-disk Lacie?

biri ha detto...

così su due piedi (sono in partenza) posso solo dire che i lego architecture sono bellissimi.
in principio le dimensioni ridotte mi avevano lasciato perplesso; poi ho realizzato la loro natura bonsai (che azzardo!), il fatto che non mirino a riprodurre fedelmente capolavori indiscussi dell'architettura quanto a coglierne l'intima essenza formale.
sarò banale, ma il modello che più mi piace resta l'empire state building: la traduzione chiara di un'architettura "automatica" intersezione di regolamenti edilizi, tecnologia e convenienza economica (vedi rem koolhaas, delirious new york).

in merito al design del lacie ho apprezzato in particolare la maschera (nomen omen), organica al punto giusto rispetto alla linea pulita dello chassis di alluminio (per quanto un vaghissimo odor di zolfo effettivamente promani da quell'occhietto rosso).
non è certo un capolavoro, ma mi diverte.
dimenticavo: ovviamente ho chiamato il disco "persona"...
:-)

- ES - Emiliano Simonelli - ha detto...

Ma le foto la hai fatte tu?
Sono molto belle.

Quelle con il fuoco sono fantastiche.

biri ha detto...

@ emiliano:
sì, le ho fatte io con la fotocamera digitale lasciata fissa alla posizione "auto"(matico). il mio grande contributo è stato togliere il flash!
:-)
peccato che il gruppo dei diavoli davanti al falò continuasse a girarsi sempre "dall'altra parte"...
:-(
avrei voluto coglierli oltre il fuoco crepitante...

bayataos ha detto...

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