mercoledì 13 gennaio 2010

Sulle ali del Sogno


I sogni mi affascinano.
Ne sono attratto e sedotto.
Non posso parlare per altri, ma i miei sogni sono intensi, visionari, visivamente barocchi.
Grondano di dettagli. Vivissimi.
Quando sogno, o meglio quando mi ricordo dei sogni vissuti durante la notte, al risveglio provo una sensazione di benessere fisico. Mi sento “in forma”, come si usa dire. Pieno di energie.

E' con questo spirito che qualche giorno fa, come rito propiziatorio a Morfeo, ho approfittato del silenzio della notte per leggere Flock of Dreamers (Kitchen Sink, 1997), un'antologia (come recita il sottotitolo) di “fumetti ispirati ai sogni” di autori di tutto rispetto quali Robert Crumb, Zograf, Rich Veicht e altri, compresa la nostra Francesca Ghermandi in coppia con Massimo Semeraro.
Sulla copertina dell'albo, nella cui grafica in cui c'è lo zampino di José Villarubia, gli autori si sono autoritratti nella posizione in cui usualmente volano nei loro sogni.
Sospettavo che volare fosse un'attività onirica piuttosto comune e ricorrente, anche se poche persone lo confessano. La famosa battuta di Jung avrà invalidato le interpretazioni più scontate di natura sessuale, ma può darsi che desiderio di fuga e paura delle responsabilità appaiano socialmente più esecrabili di un sano appetito carnale insoddisfatto.
Comunque sia ho constatato con sorpresa che nei sogni voliamo tutti in modo diverso, cosa (questa sì!) che mi ha molto sorpreso data la naturalezza con cui, quando succede, lo faccio.

Il Sogno è da sempre territorio fertile per i fumetti. Nel volume Little Nemo 1905-2005: Un secolo di sogni (Coconino Press, 2005) Peter Maresca rivela che Winsor McCay non è stato, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, il primo cartoonist a sfruttare la formula del racconto bizzarro e spiazzante che si interrompe con il risveglio del protagonista. Egli è stato tuttavia il più grande perché con la sua straordinaria abilità nel disegno è riuscito a evocare il fascino dei mondi fantastici di Little Nemo in Slumberland (1905-1914), vivificandoli.


Lo strepitoso Dream of the Rarebit Fiend (1904-1913), le strisce che McCay firmava con lo pseudonimo Silas, è un gioiello di invenzione.


E tuttavia tanto le avventure del piccolo Nemo quanto quelle del “maniaco di crostini” di turno pur se infarcite di elementi onirici non scaturivano dai sogni reali di McCay. McCay poteva anche trarre ispirazione dalle proprie esperienze oniriche (così nacquero i Dreams, ad esempio) ma quelle che raccontava erano storie create per il pubblico dei lettori di quotidiani secondo una precisa formula narrativa, per quanto fossero costruite con l'ampia libertà che solo un linguaggio giovane si poteva permettere.

Flock of Dreamers, in merito, è molto diverso perché raccoglie i sogni di una ventina di autori di fumetti. Proprio per questo, però, è anche molto meno riuscito. Non tanto e non solo perché in un'antologia, tra l'altro così variegata, la qualità dei contributi non può che essere altalenante, ma soprattutto perché alcuni dei fumetti proposti manifestano i limiti del linguaggio in questo campo.
Il titolo dell'albo è quanto mai efficace, poiché il termine “flock” in inglese indica tanto lo stormo quanto il gregge (volare e contare le pecore sono azioni legate al sogno e al prender sonno).
Tuttavia, con qualche notevole eccezione (penso in particolare a Crumb), buona parte delle storie risultano sbiadite.
Non ho letto i Rare Bit Fiends di Rick Veitch, quindi potrei seriamente sbagliarmi, ma ritengo che il fumetto onirico più interessante sia Complotti Notturni (Coconino Press, 2008) di David B, una raccolta di diciannove sogni fatti dall'autore francese tra il 1979 e il 1994.
Quello realizzato da David B, però, è un fumetto (mi si passi l'espressione infelice) talmente sofisticato da apparire “involuto”: per quanto siano presenti le canoniche vignette, la narrazione procede per ampie ellissi con un uso intenso delle didascalie in prima persona senza le quali si perderebbero elementi sensoriali e informativi fondamentali e in particolare quelle conoscenze del soggetto sognante conferitegli “a priori” dal sogno stesso.
Quasi una sequenza di immagini legate da un commento letterario più che una selezione di tempi e spazi.



Insomma questo è il punto: dopo aver letto Flock of Dreamers ho qualche dubbio che il Fumetto, che si basa sulla sintesi, sia un medium particolarmente adatto a raccontare l'esperienza onirica. Lo dico da amante dei fumetti ma anche da amante dei sogni.
Perché il Fumetto, per quanto non scritte, ha delle regole, vive di convenzioni e le sfrutta, mentre i sogni per definizione non hanno regole, sono personali e la loro interpretazione, non potendo prescindere dalla vita più intima del soggetto, non è universale.

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