domenica 8 marzo 2009

Città di vetro di Paul Karasik


Quella che segue è la versione iniziale, scritta con la supervisione dell'amico Giorgio, della postfazione a una vera e propria chicca che non vi anticipo per non rovinarvi la sorpresa.

Città di vetro è il romanzo più famoso della Trilogia di New York di Paul Auster, un moderno giallo dagli accenti metafisici ricco di colti richiami letterari, che attraverso un'analisi acuta sulla natura del linguaggio racconta la perdita dell'identità. E' anche una riflessione sul tema del doppio, presente in maniera ossessiva nelle sue pagine come la New York / Babele sul cui sfondo, vittime del caso, i personaggi del libro si muovono in compagnia del loro stesso autore.

Nel 1992 Art Spiegelman, premio Pulitzer per il celebre Maus, coinvolse Paul Karasik e David Mazzucchelli nell'adattamento a fumetti di Città di vetro. Il suo scopo era quello di portare il fumetto, inteso come medium, nelle librerie per conferirgli la stessa dignità letteraria socialmente riconosciuta alle opere di narrativa. L'operazione, pur senza produrre epigoni, si tradusse nell'esemplare transcodificazione del romanzo originale in un capolavoro della letteratura disegnata.
Come ha rivelato lo stesso Karasik, la storia nasconde una sincronicità e risvolti sorprendenti degni della penna di Auster.
“Nulla è reale, tranne il caso”, afferma la voce narrante di Città di vetro. Ed è un caso che già nel 1987 Paul Karasik, ben prima dell'inaspettata proposta di Spiegelman, abbia schizzato a fumetti alcune pagine del romanzo per proprio diletto. E' un caso che Karasik annoveri tra i suoi studenti Daniel, il figlio di Paul Auster, che non solo, al pari del padre, compare in Città di vetro ma presta anche il proprio nome a Daniel Quinn, il protagonista principale del romanzo.
Comunque sia, per continuare a dirla con Auster, “la questione è la storia in sé: che abbia significato o meno, non spetta alla storia spiegarlo”.

Di particolare interesse è il taccuino sul quale Karasik ha steso il layout del fumetto. Bisogna chiarire che non si tratta di una bozza preparatoria per i disegni finali di Mazzucchelli, bensì di una vera e propria sceneggiatura disegnata, un approccio non scontato nella collaborazione tra sceneggiatori e disegnatori che operano nel campo del fumetto, ma che in questo specifico caso ha una valenza fondante. Il coinvolgimento di Karasik, infatti, fu voluto da Art Spiegelman in un momento di stallo del processo di adattamento di Città di vetro quando Mazzucchelli, che era stato individuato fin dall'inizio come disegnatore del volume, non riusciva a focalizzare il giusto ritmo con cui rendere la storia.
E' a Karasik che si deve la felice intuizione di costruire attraverso le specificità linguistiche del fumetto la traduzione di un'opera imperniata proprio sulla natura del linguaggio e sul rapporto di questo con l'identità, realizzando un passaggio di codice in cui la forma diviene sostanza. Nella sequenza straordinaria con cui si apre il taccuino, Peter Stillman racconta le violenze subite dal padre omonimo che lo ha segregato da bambino nel buio di una cella affinché in quell'isolamento recuperasse la lingua perduta dell'innocenza. Il flusso di parole del suo monologo, che nel libro di Auster non ha nulla di visuale, viene raffigurato da Karasik come una concatenazione di immagini iconiche che rafforzano con la loro presenza significante le frasi pronunciate da Peter, trascinando inesorabilmente il lettore nel profondo della sua anima segnata. Il tutto reso attraverso una struttura grammaticale rigorosa, costituita da una griglia regolare di nove vignette che nella sua ripetizione allude proprio alla struttura del linguaggio, tanto da tramutarsi essa stessa in gabbia al termine del monologo di Stillman. Di qui l'utilizzo della griglia come struttura portante e contestualmente simbolo dell'intero fumetto, pronta ad andare in pezzi, come un vetro infranto, al precipitare della psiche del protagonista per poi annullarsi, come la sua identità, nelle pagine al vivo che chiudono il libro.

Sono le tavole di Mazzucchelli, allora, ad essere pedissequa riproposizione del layout di Karasik? Nemmeno. Mentre Karasik applica la griglia in maniera rigida fino alla deflagrante conclusione, Mazzucchelli adotta la griglia ma combina le vignette al suo interno con una libertà maggiore per modulare il ritmo di lettura e aumentare la leggibilità del volume stampato.

La sceneggiatura disegnata di Karasik, che Thesis e Vastagamma sono orgogliose di pubblicare per la prima volta nell'ambito dell'edizione 2009 di Dedica, è dunque un'occasione unica per poter confrontare romanzo, storyboard e fumetto, e apprezzarne appieno la complessità.
La veste editoriale scelta proietta nel formato stesso della pubblicazione il discorso sul linguaggio sotteso a Città di vetro. Come i bloc-notes gemelli di Daniel Quinn e Peter Stillman, il taccuino di Karasik si inscrive dunque idealmente nella dinamica del doppio che pervade il romanzo e per traslato la sua incarnazione a fumetti.
Nulla è reale, tranne il caso.
E, in ultima analisi, è sicuramente un caso che anche Karasik, come Auster, si chiami Paul.

3 commenti:

Giulio De Vita ha detto...

andrea, sei stato veramente insuperabile! non vedo l'ora di vedere la tua prossima realizzazione espositiva con il collettivo Vastagamma!
Domenica in via Bertossi sembrava di aver varcato un varco spaziale ed essere a New York.hombres

biri ha detto...

Non crediate al commento del signore di cui sopra: il progetto espostivo, che il grande Paul Karasik ha commentato entusiasticamente, è tutto suo.
Ulteriori contributi fondamentali nella fase finale sono poi stati dati da Marco Pivetta, Giuseppe Collovati, Salvatore Oliva, Giorgio Asquini, Tiziana Biscontin.
E un grazie a Davide Verziagi per il trasporto delle teche.
Ricordo che il risultato di questo sforzo collettivo si può vistare fino al 26 aprile.

disa ha detto...

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