martedì 20 gennaio 2009

Cetrioli a Londra


Roberto Recchioni e Bruno Brindisi, Dylan Dog n. 268 - Il modulo A38, Sergio Bonelli Editore

Una decina di anni fa (di più, in realtà), quando scrissi Sequenze Urbane, utilizzai un episodio di Dylan Dog (Storia di nessuno) per parlare degli stereotipi urbani. In estrema sintesi, dopo aver affermato che le città dei fumetti a più larga diffusione sono “città delle cartoline”, un'osservazione ripresa da un vecchio contributo di Sergio Polano, parlando di Storia di nessuno dimostrai che la rottura del cliché non poteva avvenire che attraverso la sua sostituzione con un cliché “altro”. I cliché visivi del caso erano il Big Ben e la Tour Eiffel, utilizzati come simboli di un territorio urbano londinese rispettivamente “reale” (in quanto accettabile) e “alternativo” (perché non plausibile).
Quando, più recentemente, nel giugno 2007 fui invitato a parlare di Città e Fumetto all'Università La Sapienza di Roma, recuperai e aggiornai questi concetti.
Attraverso Wisher di Latour e De Vita, un altro fumetto “popolare” (nell'accezione francese) ambientato a Londra, osservai infatti che per quanto i topoi urbani restassero sostanzialmente gli stessi, questi venivano ora trattati con una maggiore libertà espressiva (frutto, probabilmente, della distorsione ottica in funzione scenografica operata diffusamente nelle riprese dai media televisivi) e integrati con i nuovi landmark, primo tra tutti il Gherkin. Il grattacielo di Foster, addirittura, per la sua innegabile figurabilità lynchiana diviene in Wisher il suggestivo quartier generale dei “cattivi”.
L'ultimo episodio di Dylan Dog, Il modulo A 38 di Recchioni e Brindisi, conferma queste impressioni sottolineando non solo come il Gherkin sia diventato a pieno titolo uno dei punti di riferimenti visivi, e dunque dei simboli, della città di Londra nell'immaginario collettivo ma anche come il suo fascino sia ambivalente: frutto di un immaginario ipertecnologico esso, rispetto al tradizionale panorama mentale della capitale britannica, appare calato dallo Spazio; tanto che alla fine della storia allo Spazio, letteralmente, tornerà.
Anche in Dylan Dog il Gherkin funge da sede dei “cattivi”: cattivi “nuovi” (capitanati da un clone di Steve Jobs la cui mission è apple-izzare il pianeta) che però traggono forza da armi “vecchie” (la burocrazia). Interessante, a proposito, come anche in Wisher sia presente tale dicotomia vecchio/nuovo, per quanto invertita: i cattivi sono “antichi” e le armi a loro disposizione sono frutto dell'ultratecnologia.
L'opera di Foster, pertanto, si può considerare a tutti gli effetti il vero coprotagonista della storia di Dylan Dog; molto più dell'immancabile personaggio femminile usa-e-getta di turno. Così il "Cetriolo" (è questo il significato del suo nomignolo inglese) svetta prepotentemente in copertina, mentre all'interno dell'albo determina cambiamenti nella canonica costruzione della pagina. Per mantenere intatta la suggestione del Gherkin, infatti, la vignetta d'ambiente deve conformarsi al rapporto dimensionale dell'edificio con l'intorno, con la conseguente rottura della griglia tradizionale e la preponderanza della dimensione verticale. Di grande interesse, poi, il rapporto abbastanza coerente tra interni ed esterno, quasi che la trasparenza della pelle architettonica dell'edificio imponesse un'attenzione particolare a un aspetto spesso negletto nei media visivi e nel Fumetto in particolare. Fanno eccezione le rappresentazioni, francamente imbarazzanti per la scarsa credibilità, del Customer Care e dell'ufficio in cui Dylan entra per errore, che confermano comunque la forza e la permanenza di precisi stereotipi spaziali associati al potere e alla burocrazia.

2 commenti:

Jack M. Faust ha detto...

Bloody Hell! Che recinzione! Ancora! Ancora!

Totoche Tannenen ha detto...

Per me, l'immagine di Londra è sempre associato a quello dato da E.P. Jacobs nel episodio di Blake e Mortimer chiamato "La marque jaune" (il marchio giallo).