martedì 4 dicembre 2007

Sogni di Città

Giustamente bacchettato dall'amico Gianluca, torno a farmi vivo con qualcosa che probabilmente non interessa proprio a nessuno, ma che personalmente mi esalta: il racconto (senza fronzoli aggiunti) di un sogno che ho fatto qualche notte fa.
Dato il tema, non sono nemmeno fuori luogo.

Mi piacciono i sogni. Quando me li ricordo godo infinitamente. In genere, al risveglio, cerco di scrivermeli subito per sommi capi perché sono così bizzarri e particolareggiati che, senza uno scheletro cui appigliarmi, fatico poi a rinnovarne nel ricordo la ricchezza sensoriale.
Poiché la mia compagna non condivide affatto questa mia passione per l'onirico (soprattutto quando di prima mattina mi lancio in minuziose descrizioni nel mezzo della colazione) è probabile che in effetti l'unico a ricavare piacere dalla condivisione di queste esperienze sia io. Nel caso mi sbagli invito gli eventuali lettori interessati a commentare a loro volta con i propri sogni.

Mi trovo a Bologna e sono un po' io e un po' Alan Moore. E' mattino presto ed esco a passeggiare per le strade del Centro. E' inverno e fa freddo, ma lascio il giaccone verde scuro aperto sul davanti. La città è deserta. E' una Bologna diversa: le facciate color rosa cardinale dei palazzi storici grondano letteralmente di fregi barocchi anneriti dalla polvere e dallo smog. Ovunque murales che riproducono fotomontaggi/collage in bianco e nero stile Archigram. E' una Bologna diversa, ma ne riconosco i luoghi. Cammino sotto i portici senza incontrare nessuno, tranne il supereroe locale: un uomo-robot dall'aspetto antico (un'accozzaglia di latta alla Mago di Oz simile all'alter ego metallico di Chris Ware) che dopo avermi superato muovendosi a scatti ai margini del mio campo visivo ritrovo letteralmente appiattito dietro una colonna, immobile, intento a sorvegliare la strada. Prima di passare sotto un imponente edificio-ponte ed entrare in Piazza Verdi un piccione, morto stecchito, cade sulla strada. Lo schivo per un soffio e continuo a camminare senza fermarmi pensando che probabilmente è morto per una malattia. Forse la peste. Intanto la città intorno a me si sveglia: alcuni studenti universitari camminano sotto i portici; le saracinesche dei bar si alzano. Una goccia. Tendo la mano. Comincia a piovere.

E' vero, non succede niente. Però...
Quanta Città! E quanto Fumetto!
Probabilmente il fatto che abbia scritto di recente un articolo sulle copertine del New Yorker di Chris "prezzemolo" Ware ha avuto un peso... anche alla luce della New York "post-Katrina" che ho sognato ieri sera!
Ma questa è un'altra storia...





1 commento:

Davide Pascutti ha detto...

Mi capita (detto tra noi, raramente) di fare sogni con trame sopraffine e coerenti. Mi capita di svegliarmi ed essere in grado di rivivere l'intero plot con apparente lucidità. Dovrei/vorrei/potrei appuntarmeli da qualche parte... poi la fretta e l'assurda convinzione di potermeli ricordare mi trascinano altrove.
Così li perdo.
A volte resta qualcosa, un'atmosfera, una sensazione, uno scheletro smunto che so che finirei per corrompere se tentassi di rimettere in carne.
Anni fa ad esempio ho rivestito un ruolo d'un certo spessore in un giallo onirico di cui ricordo vagamente le sparatorie in un magazzino sorto dove ha effettivamente sede la mia banca. Non mi viene in mente molto altro.
D'ora in poi terrò un bloc notes sul comodino.
Sogni d'oro!